Introduzione

Consapevoli dell’importanza di portare in primo piano, in questo momento storico di grande interesse internazionale verso la Cannabis, la tematica dei Diritti delle Persone che la utilizzano e la coltivano, come Associazione FreeWeed Board nel 2015 abbiamo redatto e depositato al Parlamento Europeo, con notifica numero 1301/2015, la Carta dei Diritti sulla Cannabis, che comprendeva universalmente gli ideali sociali che da sempre caratterizzano l’espressione e l’identità dell’intero movimento antiproibizionista.

Oggi la Carta dei Diritti si evolve per divenire strumento di movimentazione, aggiungendo alle sue pagine la proposta collettiva di riforma normativa, al fine di proporsi come un manifesto sociale concreto, teso verso l’espressione dei reali diritti dei cittadini, fino ad oggi negati ed anche messi in secondo piano rispetto ad altri, quindi ulteriormente discriminati.

Il Diritto di coltivare ed utilizzare Cannabis per uso personale è la base fondante di una necessaria riforma normativa sviluppata intorno alle esigenze del cittadino e della comunità, che non deve prescindere da questo aspetto, ma anzi renderlo obiettivo comune e fondamenta di una nuova legge.

L’Autoproduzione di cannabis ad uso personale è una pratica da garantire e tutelare da parte del Legislatore in quanto è un Diritto del cittadino poter eseguire una condotta disciplinare che non danneggi terzi né la società nel suo complesso, oltre ad esser nell’applicazione pratica l’unica azione in grado di contrastare realmente il mercato nero, la distribuzione illecita e la criminalità organizzata.

La tutela dei consumatori ed una riforma vera e propria del concetto stesso di consumatore di cannabis, troppo spesso discriminato per la scelta dell’uso personale, deve essere l’aspetto centrale di ogni discorso che tenda ad occuparsi della tematica e di politiche inerenti, sia sociali che economiche.

Finchè la Cannabis sarà inserita solo in un sistema di vendita, resterà sempre soggetta a speculazione da parte del mercato, qualunque esso sia, ora monopolio della criminalità organizzata e delle aziende farmaceutiche; per troppi anni, troppo tempo, siamo rimasti inermi a subire il proibizionismo e la discriminazione su noi stessi per la nostra scelta, personale ed insindacabile, di utilizzare e coltivare cannabis, chi per rilassarsi, chi per svago, chi per necessità, chi per terapia aggiuntiva.

Nessuno dovrebbe essere punito per questa scelta, sia per le reali qualità della sostanza cannabis, che è stata dimostrata avere danni permanenti nulli ed essere una sostanza “sicura”, sia perché deve necessariamente terminare questa assurda caccia al consumatore che infrange sfere personali ed ambiti privati per fermare e limitare condotte che non causano danni nè a se stessi nè alla società.

La storia ci racconta che fin dai tempi del Marijuana Tax Act del 1937 e della successiva guerra alla Droga di Nixon del ’70 abbiamo sempre seguito l’esempio proibizionista americano, basato sull’oscurare studi scientifici, ignorare prove analitiche e ricerche indipendenti, al solo fine di screditare una pianta che si proponeva sulla scena mondiale come sostituto efficiente di numerose altre materie prime come la carta, la plastica, il petrolio e che avrebbe portato fortuna anche ai piccoli agricoltori ed alle aziende familiari, forti nemici del crescente capitalismo consumistico.

A questa potente risorsa ci si è sempre voluti opporre punendo il consumatore, screditandone l’uso riflessivo/personale, additandolo come sballo, come alterazione negativa dei propri sensi, quando fin dall’antichità queste condotte sono state praticate liberamente senza influire, se non in modo positivo, sullo sviluppo della società e sulla sua sicurezza, e quando soprattutto sballo significa “togliere dall’imballo”, una pura e semplice situazione di apertura delle connessioni cerebrali, molto utili alla creatività ed all’ingegno umano ed in nessun modo negative per l’azione del cervello negli adulti, come testimoniato da numerose ricerche scientifiche.

E’ ormai giunto il tempo di superare questa concezione di proibizionismo basata su una falsa tutela della salute pubblica e sull’oscurantismo, quando ormai è evidente che si tratta solo di una ben curata maschera per proteggere interessi commerciali molto più ampi, ed iniziare dunque ad affrontare il tema con un approccio scientifico, basandoci sui dati reali.

Oggi la cannabis è soprattutto una questione economica, purtroppo, dalla quale dobbiamo difenderci partendo dai diritti basilari che altrimenti lo sviluppo del mercato non garantirebbe automaticamente.

E’ inconcepibile nel 2019 essere ancora soggetti ad una legge del ’90, il rinomato Testo Unico sugli Stupefacenti, varata in un clima sociale completamente differente rispetto a quello odierno: I diritti dei consumatori e dei cittadini non possono essere più negati.

Nei Paesi come l’Italia, dove il consumo personale della cannabis è depenalizzato, anche l’auto-produzione di piccole quantità destinate a tale scopo dovrebbe esserlo: finché la coltivazione personale ed il relativo mercato libero normato saranno mantenuti come condotta punibile, i semplici consumatori di Cannabis continueranno a riversarsi sul mercato nero, alimentando il traffico illecito di tutte le sostanze ed ogni altra attività illegale connessa. Una effettiva regolamentazione della tematica, invece, permetterebbe di sottrarre alle organizzazioni criminali capitali enormi, contrastandole ed indebolendole notevolmente, allontanando da loro i consumatori di cannabis, una fetta considerevole della società che fornisce alle narcomafie oltre 3 miliardi di euro all’anno.

Nel nostro Stato infatti se si acquista Cannabis, per qualunque uso, dal mercato nero alimentandolo, si è sanzionabili solo amministrativamente mentre se si coltiva per uso personale contrastando la criminalità, si viene sanzionati penalmente rischiando fino a 6 anni di reclusione; questa legge incita il consumatore a rivolgersi al mercato nero, favorendo le narcomafie, creando un paradosso sociale incomprensibile e la conseguente paura di un procedimento penale spinge oltre 5 milioni di consumatori sul mercato illegale, alimentando un business da decine di miliardi l’anno, che secondo le relazioni europee rappresenta la quota più ampia del traffico illecito.
Sono comunque migliaia i cittadini che decidono di coltivare per soddisfare il proprio fabbisogno senza rivolgersi alle narcomafie, dai pazienti che ne fanno uso per le proprie patologie abbandonati senza terapia ai semplici consumatori, padri e madri di famiglia, che si rilassano dopo il lavoro o nel weekend; sono loro che vengono considerati potenziali criminali, perseguiti e perseguitati, segnalati, discriminati e, il più delle volte anche arrestati e questo è semplicemente ingiusto ed intollerabile.

I dati ci dicono che il sistema strutturalmente non funziona: le sanzioni amministrative applicate riguardano ogni anno circa il 40% dei segnalati, percentuale in continuo aumento; la segnalazione al prefetto è dunque principalmente sanzionatoria, senza eradicare il fenomeno o affrontarlo. La repressione colpisce per quasi l’80% i consumatori di cannabinoidi, che risultano in aumento nonostante le politiche proibizioniste, evidentemente inefficaci sia nel fermare il consumo sia nel combattere la criminalità, che con l’aumento dei consumatori aumenta il suo mercato.

Il Proibizionismo ha fallito il suo scopo ed è fallito nel suo metodo, come testimoniato anche dal rapporto internazionale della Global Commision On Drug Policy del 2014.

Si parla spesso di sicurezza pubblica, bene, la regolamentazione della cannabis sarebbe importante anche per i non consumatori, in quanto le Forze dell’Ordine potrebbero concentrarsi sul controllo del traffico illecito reale, andando a colpire davvero i grandi trafficanti, con un netto risparmio di fondi pubblici e con un reale vantaggio per la sicurezza, investendo nel sociale e nell’educazione all’uso, in linea con gli altri Paesi del mondo ; ad oggi infatti, nonostante venga investito oltre 1 milione di euro in sicurezza, si riesce a fermare solo il 5% del mercato illegale e la maggioranza delle operazioni interessa comunque condotte di consumo personale, che hanno un pericolo sociale irrilevante. Le stesse condotte che, purtroppo, rappresentano anche il fulcro e l’alimentatore di tutto il meccanismo giudiziario, dall’attività forense fino ad arrivare al sistema carcerario, muovendo somme di denaro inimmaginabili, che potrebbero essere notevolmente ridotte e reinvestite nel sociale, nella regolamentazione e nell’educazione all’uso responsabile e consapevole, in linea con altri Paesi dell’Unione Europea e del mondo.

Si continuano a reprimere condotte personali private ed innocue in un paese dove le narcomafie gestiscono milioni di incassi ed i pazienti sono senza terapia: è evidente che un miglioramento legislativo su questo tema è di fatto da inserire tra le priorità politiche e sociali del paese.

Quali sono le motivazioni per le quali i proibizionisti vogliono mantenere illegale la cannabis? Qualcuno è convinto che così non se ne faccia uso? Qualcuno è convinto che si combatta la criminalità colpendo i consumatori e chi coltiva per non comprare illegalmente? E che si vinca? Qualcuno è convinto che lo Stato in questo modo tuteli il cittadino e la società intera?

Ci spiace per questa eventuale concezione errata, perché i dati dicono tutt’altro.

E’ dimostrato che l’utilizzo di cannabis non causi danni a terzi, non predisponga al crimine, non causi problemi sanitari che abbiano ricadute economiche sul Servizio Sanitario e quando propriamente coltivata divenga un prodotto che ben si adatta a modalità di assunzione ed impieghi terapeutici che più svariati non si riuscirebbero nemmeno ad immaginare.

La stessa coltivazione ad uso personale crea numerosi benefici per il consumatore, non esponendolo alle narcomafie e rendendolo indipendente da qualsivoglia circolo economico, estraniandolo dalla speculazione del mercato e garantendo all’atto pratico anche una reale diminuzione del consumo collettivo, fattore basilare per una futura riforma normativa.

L’autoproduzione rappresenta inoltre, a livello sociale, un potenziamento della libertà individuale: questo permette di aumentare l’autonomia personale ed ampliare le possibilità di socializzazione senza seguire sistemi di prezzo o gerarchici; il vantaggio economico è evidente: il basilare risparmio si aggiunge alla possibilità di utilizzare il denaro in altre attività, partecipando al ricircolo economico.

Si tratta poi anche di una questione pratica: l’autoproduzione ed il conseguente mercato libero normato creerebbero una garanzia di controllo qualità sul prodotto da parte del coltivatore o del venditore, che diverrebbe anche fruitore finale nel caso della coltivazione personale per consumo privato, oggi non presente purtroppo nelle produzioni narcomafiose destinate allo spaccio.

E tutto questo senza considerare le enormi entrate statali derivabili da una adeguata tassazione del futuro eventuale mercato libero della cannabis, reinvestibili ampiamente in altri settori, su tutti istruzione e sanità pubblica.

La parte economica ha sempre la sua valenza, specie in un periodo dove lo Stato italiano è soggetto a pressioni di debito pubblico internazionale.

Non è difficile quantificare – a grandi linee – il valore economico dell’eventuale mercato della cannabis, per il semplice fatto che questo mercato in realtà già esiste, ed è enormemente fruttifero.

Prendendo dei dati medi, al ribasso, in modo da avere una stima efficace, risultano 3.840.000.000 euro annui “in nero”, di cui il 95%, ossia 3.648.000.000 euro, finisce diretto nelle casse della criminalità narcomafiosa per colpa di mancanze normative dello Stato Italiano.

Introducendo una regolamentazione totale e l’istituzione di un libero mercato normato adeguatamente si avrebbe un cambiamento sostanziale a livello economico ed uno spostamento netto di queste cifre quasi interamente nel pieno regime di legalità nazionale, favorendo lo Stato tramite la tassazione (prendendo come media il 15% sul totale entrerebbero circa 570 milioni di euro in tasse), favorendo i commercianti regolari, creando come minimo 50.000 nuovi posti di lavoro, e finalmente tutelando i consumatori che non sarebbero più esposti alla criminalità organizzata per reperire il prodotto per uso personale, sempre lasciando intatta la scelta personale di poter coltivare autonomamente le piante di cannabis per uso privato, che inciderebbe sul mercato di circa il 15%, abbassando eventuali transazioni di questa quota percentuale lasciando comunque un mercato del valore “attuale”, calcolato estremamente al ribasso, di circa 3.264.000.000 euro.

L’apertura in Italia al controllo farmaceutico ha già dato e darà certamente floride prospettive per eventuali investitori, come dimostrato dall’odierno mercato medico, ma si tratta purtroppo evidentemente di un mercato speculativo basato sul concetto di farmacoligopolio, dove la coltivazione è relegata ad aziende autorizzate dal Ministero come l’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze o aziende farmaceutiche estere, ed in futuro chissà anche italiane, e la distribuzione nelle mani esclusive delle farmacie, creando appunto un mercato perfetto avente come scusante la copertura terapeutica, lasciando però punibile il paziente che volesse replicare lo stesso prodotto, se non migliore, tramite una piccola coltivazione domestica, o che fosse colto senza prescrizione nella sua terapia personale o fuori dai bassissimi limiti autorizzati di possesso, facendolo ricadere nel temuto DPR 309/90, il Testo Unico sugli Stupefacenti.

Questo a dimostrazione che il mercato farmaceutico odierno non è nient’altro che una mera speculazione sulla pelle incosciente dei pazienti, tra l’altro finanziata dagli stessi fondi forniti dai cittadini che verranno poi perseguiti per una legge mal concepita. Prima di tutto devono essere garantiti i diritti basilari, per tutti.

Siamo coscienti che sicuramente occorrerà sviluppare quanto prima comunque un migliore rifornimento a livello sanitario per chi necessita urgentemente della cannabis a livello medico, e sono già in atto pressioni per l’aumento delle importazioni e delle produzioni nazionali, ma questo non deve allontanare dalla possibilità di risolvere direttamente il presunto problema delle forniture attuando una riforma normativa che svincoli la cannabis come pianta officinale, ponendo fine al divieto di coltivazione per uso personale, dunque garantendo il possesso ed il conseguente uso per tutti i cittadini maggiorenni, ed introducendo il mercato libero della cannabis.

Questo passaggio favorirebbe la ricerca scientifica e lo studio delle terapie a base di cannabis, mettendo il paziente al centro del sistema sanitario, come dovrebbe essere. I medici sarebbero liberi dagli inutili vincoli attuali e potrebbero applicarsi al meglio nella valorizzazione della pianta nei suoi molteplici campi applicativi a livello terapeutico. Il paziente, qualunque sia la sua patologia, avrebbe soprattutto finalmente libero e facile accesso al prodotto, con una vera ed effettiva libertà di scelta del percorso di cura, fattore fondamentale per una crescita sociale culturale.

E’ stata appurata dalle ultime ricerche sulla cannabis la sua attività di neuroprotezione nel cervello dell’uomo ed è in fase avanzata di studio il THC, la sua molecola principale, come unica sostanza conosciuta in grado di rigenerare le cellule dell’ippocampo negli animali.

La Cannabis e i suoi derivati inoltre sono già riconosciuti un valido costituente per numerose terapie, tanto in merito ai principi attivi quanto alle varie forme vegetali, come infiorescenze, tinture, estratti oleosi ecc., per l’uso terapeutico.

La standardizzazione del fiore fatta oggi a livello farmaceutico, non rispecchia le esigenze dei pazienti che hanno bisogno di più scelta e prezzi sostenibili che spesso solo l’autoproduzione o un libero mercato possono garantire; la gammatura è necessaria per poche rare patologie ma non è necessaria su un prodotto di qualità mentre i controlli basilari su muffe e batteri e le analisi dei cannabinoidi, che ne creano ora la discriminante di uso medico, potrebbero essere comunque effettuati da laboratori accreditati quando sarà libera la condotta.

La possibilità di coltivare diverse genetiche permetterebbe, oltre ad un reale accesso alla libertà di cura per tutti, anche di soddisfare al meglio il proprio bisogno terapeutico tramite un uso corretto nella posologia e nella tipologia senza sottostare a logiche commerciali o economiche.

Nella cannabis infatti si trovano, oltre ai più famosi THC e CBD, tanti altri cannabinoidi, circa 120 terpeni, 60 terpenoidi e 20 flavonoidi, sostanze volatili responsabili degli aromi e degli effetti psicoattivi, che agiscono in sinergia fra loro seguendo la definizione di Effetto Entourage e in differenti concentrazioni determinano diversi effetti e gradi terapeutici, che variano da persona a persona, pertanto una differenziazione è fondamentale, ma senza separare i principi e lasciandoli naturalmente bilanciati.

Per i pazienti, non solo va garantito l’accesso alla cannabis nel pieno rispetto della libertà di cura aumentando un’eventuale produzione statale o regionale o importazione estera, ma va garantita anche la possibilità dell’auto-coltivazione, dell’appartenenza a un’associazione o della delega a persona di fiducia, mettendo a disposizione in apposite strutture la possibilità di analisi del proprio raccolto e permettendo l’accesso ad un nuovo, legale e regolato, mercato libero della cannabis.

Addentrandoci nella parte scientifica, in natura tutte le sostanze possono potenzialmente provocare un danno; persino l’acqua può causare problemi se assunta in dosi errate; ciò che permette di identificare il rischio di una sostanza è la dose a cui provoca effetti dannosi.
In pratica, citando Paracelso: “omnia venenum sunt nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit ut venenum non fit”: tutto è veleno e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.

Infatti in latino farmacum ha il significato sia di una medicina sia di veleno, proprio a seconda della dose di somministrazione.

In farmacologia è detta Lethal Dose 50 la dose di una sostanza in grado di uccidere la metà di una popolazione campione di ratti adulti e per misurare il rischio delle diverse sostanze bisogna considerare il rapporto dose efficace per dose letale.
In tutta la storia, però, non è mai stata registrata una sola morte da overdose di Cannabis.

Le ricerche mostrano che una persona avrebbe bisogno di assumere 24.000 grammi di fiori contenenti il 15% di THC in una sola aspirazione al fine di avvicinarsi, senza certezza, ad una dose letale. La dose media efficace è circa mezzo grammo, la quantità contenuta in circa due “canne”; questo crea un rapporto di rischio ipotetico di 1 su 48.000.

Seguendo questo esempio, una persona adulta raggiunge una affabilità rilassata con circa 33 grammi di alcol etilico e la dose letale media è di circa 330 grammi. Una persona che ne consuma di più rischia dunque una reazione letale; Il rapporto finale di rischio dell’Alcol è quindi di circa 1 su 10.

La Cannabis risulta dunque non avere una reale dose letale ed essere circa 5000 volte meno pericolosa dell’Alcol, eppure questo dato non viene MAI considerato per la sua regolamentazione.

La Cannabis inoltre, attraverso le sinergie dei suoi componenti, ha diversi effetti positivi sul nostro organismo: induce uno stato di rilassatezza, consente di comprendere punti di vista differenti dal nostro favorendo l’empatia e la socializzazione, aumenta la creatività, permette di scoprire significati trascurati e profondi nelle parole, apprezzare il prossimo, la musica, l’arte, controlla molti dolori di tipo fisico, riduce il senso di nausea, aumenta l’appetito, abbassa la pressione endo-oculare e favorisce la vascolarizzazione capillare, è un potente bronco dilatatore, è anticonvulsiva, ed aumenta la consapevolezza dei propri limiti; infatti dove è già legale sono diminuiti gli incidenti stradali, gli omicidi ed i crimini violenti.

Il sistema fisiologico su cui agisce viene definito sistema endocannabinoide ed è presente negli organismi animali da circa 600 milioni di anni, nonostante sia stato scoperto solo negli anni ’90, ed a conferma della sua importanza evolutiva, le cellule del nostro corpo sono in grado di sintetizzare molecole simili a quelle prodotte dalla pianta; la principale è stata denominata Anandamide, che in Sanscrito significa Beatitudine Interna.

La cannabis va a nutrire il nostro sistema endocannabinoide, le cui deficienze sono causa di molte malattie; agisce quindi come un potente regolatore del nostro organismo, un indispensabile nutrimento.

I potenziali effetti negativi della cannabis possono essere una leggera tachicardia in soggetti già predisposti all’ansia e secchezza delle fauci, conseguenti all’uso, che svaniscono completamente dopo qualche ora. La cannabis può anche rendere evidenti i lati ambigui della nostra personalità, o portare alla luce disagi o patologie inespresse, fattore che rende possibile però intervenire facilitando il recupero psicologico.

Non esistono dunque danni diretti alla salute per uso di cannabis, se non un aumento di frequenza della parodontite imputabile però alla combustione, come riportato su Jama Psichiatry in uno studio che evidenzia la cannabis come sostanza sicura; è importante ricordare che la cannabis può essere sì fumata, ma anche vaporizzata, mangiata e bevuta, metodi decisamente preferibili.

Uno dei diritti fondamentali dell’essere umano è quello alla Salute e l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la “Salute” non solo come assenza di malattia ma come “pieno benessere fisico psichico e sociale dell’individuo”; Considerato dunque che l’uso di cannabis non causa danni a se stessi nè alla società, perseverare nella proibizione e persecuzione di condotte e scelte personali risulta, dai dati, una chiara violazione dei diritti di uguaglianza e di sviluppo della personalità ed entra in una sfera privata nella quale la legge non dovrebbe entrare se non per rendere accessibile tale diritto.

L’imposizione proibizionista di un unico standard di vita rigido non è ammissibile in uno stato liberale che si fonda sul riconoscimento dell’indipendenza e dell’unicità umana, come sancito dalla Carta Costituzionale e dalla Dichiarazione internazionale dei Diritti. La dignità delle persone ed i diritti umani fondamentali sono ineliminabili e inviolabili, indipendentemente dai comportamenti e dalle condizioni di vita dei singoli individui; nessuna norma o trattamento in contrasto con la dichiarazione universale dei diritti umani può essere applicata nei confronti di una persona a causa della scelta di utilizzare cannabis.

In generale nella società le persone sono in grado di autoregolare i propri stili di assunzione quando hanno la possibilità di accedere ad una informazione libera da pregiudizi, stereotipi e discriminazioni; lo Stato deve contribuire alla realizzazione di condizioni ambientali che favoriscano l’autonomia e l’autogestione delle persone, invece di contrastarle come avviene nel contesto punitivo e proibizionista.

Uno Stato che si prenda cura dei propri cittadini non dovrebbe volersi sostituire alle loro scelte ma trovare il modo migliore per applicarle, affidandosi alle prove scientifiche e ricordando che la libertà della persona umana deve essere la conditio sine qua non.

Crediamo sia tempo di prendere questo aspetto in considerazione per sviluppare insieme, creando unità di messaggio, una nuova politica sociale sul tema cannabis che diversi stati nel mondo stanno abbracciando, come alcuni stati degli Stati Uniti, ed anche Canada e Uruguay.

Con questo Manifesto vogliamo lanciare un forte messaggio affinché ogni cittadino possa valutare autonomamente se sia giusto o meno un deciso cambio di approccio sul tema, passando da un proibizionismo irreale ed irrealizzabile evidentemente anacronistico ed antiscientifico, che di fatto condanna persone per condotte innocue e personali, ad una regolamentazione della cannabis proficua a livello sociale ed economico.

Se nel Governo ed in Parlamento nessuno si farà sentire, la risposta dovrà necessariamente arrivare dalle persone, dal popolo così in voga in questo momento storico.

A meno che non si reputi giusto arrestare innocenti e regalare miliardi alle narcomafie sostenendo speculazioni aziendali su pazienti nel circuito farmaceutico: la scelta è di ciascuno di noi.

Crediamo fortemente che un sostegno comune su questa tematica da parte di tutte le realtà che da anni si battono per la Cannabis e per l’antiproibizionismo sia fondamentale, soprattutto nel contesto legislativo attuale che tende a disgregare la pressione comune dividendo vari piani di interesse applicativo e creando diverse normative conseguenti.

Non si deve tendere a dividere i campi di utilizzo, seppur esistano mille sfaccettature della cannabis, tutte ugualmente importanti, ma, ora come ora, l’arresto e la persecuzione dei cittadini per una loro scelta personale deve essere punto cardinale a dispetto delle politiche associative di business e sviluppo di filiere agroindustriali o farmaceutiche, che sicuramente si possono portare avanti, ci mancherebbe, ma possibilmente inserendo nelle discussioni un messaggio basilare di libertà totale per i consumatori e coltivatori di cannabis per uso personale.

La tematica dei Diritti Umani ci coinvolge tutti, in prima persona e trasversalmente, ed è tempo di schierarsi apertamente e chiaramente verso il loro riconoscimento e la loro tutela.

Purtroppo nei tempi odierni non basta solo esporre i propri ideali, come bene rappresentato nella Carta dei Diritti, ma occorre anche proporre una risposta sociale e politica alla situazione di discriminazione attuata oggi sulla cannabis e sui consumatori. Così, in collaborazione con numerose realtà ed attivisti sul territorio, abbiamo redatto una proposta collettiva completa che possa porsi come base legislativa per una futura necessaria riforma normativa sulla tematica.

Nel complesso percorso che ci ha portato alla realizzazione della proposta abbiamo ritenuto necessario il confronto ed il consulto con diverse aziende e realtà operative nel già attivo e radicato settore della canapa definita ad uso industriale, con tenore di THC entro i limiti della legge 242/2016, ed abbiamo sentito la necessità di proporre la creazione di un auto-regolamento etico al fine di provare in tutti i modi a tutelare il consumatore dei “nuovi” prodotti che sono in circolazione, tutelando anche il nascente mercato e gli attori stessi, situazione che la legge vigente non svolge assolutamente, lasciando il cittadino esposto a ripercussioni legali dovute a mancanze proprio dello stesso impianto legislativo che dovrebbe invece normarle adeguatamente.

Il Codice di Autoregolamentazione Etica, definito C.A.R.E. vuole far emergere le aziende e le realtà che nell’italico panorama imprenditoriale di impronta speculativa si differenziano per il loro lavoro fatto di etica, serietà e passione, distinguendosi per la loro correttezza e che vogliono, come tutti noi, impegnarsi e lottare per un vero cambiamento sociale, senza interessi economici o partitici alle spalle e nel pieno e profondo interesse della polis intesa come Stato e come società in senso più generale. Lo stesso codice viene proposto come base etica sulla quale sviluppare la normativa per il futuro mercato libero della cannabis.

Nei ragionamenti sviluppati insieme agli attivisti, aziende ed associazioni dei differenti settori, abbiamo raggiunto un punto di visione comune, considerando il crescente corretto desiderio di voler garantire i diritti dei consumatori e dei partecipanti al già presente mercato della canapa industriale.

E’ opinione condivisa che sia importante una immediata modifica normativa alla recente legge 242/2016 che permetta la destinazione del prodotto per il cosiddetto consumo umano, attestando che sia ammesso regolarmente ogni prodotto contenente THC in misura inferiore allo 0,6%, come da Sentenza della Corte di Cassazione, III sezione Penale, e che autorizzi, tramite un emendamento alla normativa, agli agricoltori italiani di coltivare qualsiasi tipologia di semente purché il raccolto rimanga sotto la soglia dello 0,6% certificata tramite analisi specifiche successive al raccolto in linea con le disposizioni della legge vigente, in modo da rendere competitivo il mercato nostrano.

Volendo e potendo introdurre queste due discriminanti determinanti si andrebbe certamente a dare una netta spinta all’evoluzione del settore; purtroppo razionalizzando insieme abbiamo notato che entrambi i proponimenti presentano delle grosse incongruenze a livello di introduzione all’interno della sola normativa 242 del 2016.

Infatti la possibilità di consumo umano non potrebbe essere introdotta se non andando a toccare almeno il codice della strada nel suo articolo 187 e qualche articolo del Testo Unico sugli Stupefacenti, il DPR 309/90, altrimenti si lascerebbe il consumatore esposto alla giostra degli eventi, dalle perquisizioni personali al sequestro della patente e perfino del veicolo, fino al conseguente preventivo sequestro del prodotto e conseguente danno economico e morale, che potrebbe interessare in questo caso sia il cliente finale sia le aziende intermedie tanto quanto il coltivatore.

Inoltre purtroppo o per fortuna, come esposto da tempo, la certificazione della semente è una semplice tutela preventiva che lo Stato Italiano attua per poter controllare maggiormente le coltivazioni ed anche tutelare l’agricoltore, in quanto la normativa 242/2016 prevede che se un raccolto dovesse superare, alla prova delle analisi, la soglia dello 0,6% di THC, nel caso in cui l’agricoltore abbia impiegato sementi certificate, dimostrando con cartellino e fattura, quest’ultimo non sarà comunque, in nessun caso, soggetto a conseguenze penali ma solo alla eventuale perdita del raccolto: questa situazione non può però purtroppo rimanere invariata nel caso in cui si decida di eliminare semplicemente la dicitura “semente certificata” dalla normativa 242/16 in quanto si andrebbe a creare una sorta di implicita depenalizzazione di tutte le coltivazioni di cannabis che, all’esito dei controlli, superino la soglia limite di 0,6%, senza appunto conseguenze penali per l’agricoltore.

Non è dunque apparso chiaro quanto questo cambio normativo possa essere veramente introdotto senza andare ad intaccare la legge principale, il DPR 309/90, di cui la coltivazione di piante ricavate da sementi certificate dall’Unione Europea descritte nella 242/2016 rappresenta un’eccezione.

E’ invece risultato evidente come, per favorire realmente un avanzamento collettivo, occorra accompagnare queste richieste, legittime per l’ambito industriale e l’odierno mercato ma di difficile realizzazione attuativa, AD UNA RIFORMA NORMATIVA TOTALE SULLA PIANTA DI CANNABIS INTERVENENDO QUINDI CON PRECISE E MIRATE MODIFICHE SULLA NORMATIVA 309/90, congiungendo infine il mercato industriale agli interessi sociali di milioni di consumatori e coltivatori di tutte le varietà di cannabis da troppo tempo esposti quotidianamente ad una legge completamente ingiusta.

L’attuale situazione di persecuzione nei confronti dei coltivatori e consumatori per uso personale deve finire al più presto; è assurdo che coltivare qualche pianta per il proprio fabbisogno sia ancora considerato reato penale, con tutte le conseguenze legali connesse.

Se si vuole migliorare bisogna dunque affrontare la situazione normativa dalla base, ragionando per cambiare il testo unico sugli stupefacenti, legge che ci accomuna e penalizza tutti, spostando l’attenzione sui diritti, partendo dalla coltivazione personale e dalla tutela del consumatore, per poi aprirsi a garantire il mercato, e non viceversa come si vorrebbe fare ora in tutti i settori, altrimenti gli effetti negativi sono esattamente quelli che abbiamo sotto gli occhi tutti, con passi che più che avanti sembrano essere di lato e mirati solo all’arricchimento di pochi privilegiati.

La proposta di riforma normativa, strutturata in otto punti focali, è stata redatta insieme a decine di attivisti, realtà, aziende ed associazioni attive sul territorio nazionale sulla tematica. E’ frutto dell’intenso ed appassionato lavoro volontario di tante persone ed è concepita al solo fine di porre una prima, fondamentale base normativa che regolamenti finalmente la cannabis in modo da terminare questo infausto periodo di ingiusta proibizione e persecuzione.

L’obiettivo è strutturare una nuova base di legge per proporla al Governo della nuova Legislatura, al Presidente del Consiglio, al Ministro della Giustizia, al Ministro dell’Interno, al Ministro della Salute ed al Ministro dell’Economia e del Lavoro in particolare.

La proposta descritta in questo Manifesto per la Cannabis Libera, CENTRATA SUI DIRITTI DELLE PERSONE, ha come obiettivo l’avviamento di un reale avanzamento propositivo che tenda a cambiare le normative anacronistiche e surreali che regolano la nostra amata pianta nella sua totalità, oltre a voler divenire strumento di aggregazione su tematiche che siano orientate maggiormente verso l’ambito socio-culturale rispetto all’attuale orientamento mediatico economico che si vuole imprimere forzatamente alle argomentazioni, sviluppando quindi il necessario dibattito giuridico e culturale e creando un’unità di messaggio fondamentale per poter sviluppare insieme un nuovo approccio mentale e soprattutto una nuova politica sociale sulla tematica cannabis.

Di seguito sono riportate, nell’ordine, la Carta dei Diritti delle Persone che utilizzano e coltivano cannabis, base fondante delle nostre rivendicazioni, il Codice C.A.R.E., che si pone come autoregolamento etico per il mercato della cannabis, e la Proposta Collettiva di Riforma Normativa redatta insieme alle realtà che operano nel settore attivamente.

I nostri obiettivi, le nostre intenzioni e le nostre aspirazioni sono contenute in questo Manifesto per la Cannabis Libera che rappresenta, con la sua sottoscrizione, il nostro impegno a seguirne le linee guida e volerne realizzare i contenuti rendendoli apprezzabile realtà nello Stato Italiano.